Possiamo dire che, una volta soddisfatti i bisogni primari, l’uomo non è naturalmente predatore ma è disponibile a forme di cooperazione perché realizza che l’altruismo è più utile alla sua sopravvivenza di quanto non lo sia l’egoismo.

A questo proposito il biologo evoluzionista Robert Trivers (2014) condusse degli studi volti a dimostrare come l'altruismo verso i propri simili risulti essere utile alla sopravvivenza e alla diffusione dei propri geni, di conseguenza, alla conservazione stessa della specie. Da qui si spiegherebbe l'istinto alla collaborazione. Trivers evidenzia però comportamenti che vanno oltre, non solo nel genere umano ma anche in alcune specie animali. Un esperimento con delle scimmiette portò alla conclusione che la collaborazione con l’altro poteva essere finalizzata anche a qualcosa di più immediato, come il raggiungimento di un beneficio per se stessi. Una forma di cooperazione basata sul principio "io ti aiuto se tu aiuti me". Negli uomini si arriva anche ad un passo successivo, un altruismo prosociale che non presenta l'ottenimento di una ricompensa evidente. Prendiamo come esempio chi rischia la vita per salvare un suo simile, in questo caso si può comunque supporre che il tornaconto possa essere di altro tipo, ad esempio l'approvazione sociale e la gratificazione che ne deriva. Trivers ipotizza anche un sistema di mutua assistenza i cui beneficiari non sono direttamente riconducibili ai soggetti coinvolti nell'atto di altruismo e ne deduce che il mettere in atto questo tipo di condotta genera appagamento in quanto rientra in una forma di giustizia che rispetta e legittima le regole sociali fatte proprie. Arriviamo ad oggi e al bene e al male che troviamo negli individui nella quotidianità. Nel 1971, lo psicologo statunitense Philip Zimbardo fece un esperimento, ricordato come l'esperimento carcerario di Stanford, in cui simulò con un gruppo di volontari la realtà carceraria. Questi volontari erano tutti persone irreprensibili e vennero casualmente divisi in due gruppi: carcerieri a carcerati. L'esperimento dovette essere sospeso dopo pochi giorni anche perché le guardie avevano assunto un comportamento violento e vessatorio nei confronti dei carcerati. Le conclusioni a cui Zimbardo arrivò furono che, se si ritenevano autorizzati a comportamenti aggressivi da un'autorità superiore, i soggetti che agivano in gruppo si sentivano deresponsabilizzati dalle loro azioni e autorizzati a compiere atti riprovevoli che mai avrebbero compiuto se avessero agito in maniera individuale. Possiamo dire quindi che una catalogazione di "buoni" e "cattivi" non è così facilmente attuabile. Anche le circostanze possono influire e far cambiare i punti di vista in base ai quali un comportamento è giudicato cattivo oppure no. Quando questo accade, succede spesso che in un secondo tempo, cambiate le circostanze, ci si chieda come siano potute succedere certe cose (e qui l’esempio va inevitabilmente al caso limite degli orrori del nazismo). Va aggiunto che il male non è sempre intenzionale e volontario, a volte le persone pensano di avere delle giustificazioni per quello che hanno fatto, si danno degli alibi, che spesso consistono nella demonizzazione del nemico, "io mi sono comportato così in conseguenza di un suo comportamento scorretto". In realtà in tutti noi coesistono una certa quantità di bene e di male. Questo discorso introduce il concetto delle "ombre" citate da Jung, e che si riferiscono a quella parte che noi tutti abbiamo a livello sia conscio che inconscio e che tendiamo a rifiutare perché in contrasto con la nostra "morale". Possiamo dire che la parte conscia è rappresentata da quei difetti di noi che riconosciamo e accettiamo, quella inconscia è la parte che rifiutiamo e che spesso tendiamo ad attribuire ad altri trasferendo inconsciamente su di loro le negatività che non accettiamo di riconoscere come nostre. Lo psicanalista Mario Trevi attribuiva a questa proiezione inconscia la causa delle antipatie che nutriamo. In altre parole, cerchiamo un modo di confrontarci con l’ombra ma al tempo stesso ne prendiamo le distanze, «Se per esempio siamo a disagio con la nostra rabbia o la neghiamo, attireremo persone colleriche nella nostra vita, sopprimeremo il nostro personale senso di rabbia e sentenzieremo che gli altri sono collerici» (Ford D., 2012).
Una rappresentazione suggestiva e altrettanto significativa di come bene e male siano due facce che coesistono in ciascuno di noi si trova in un libro assai noto, Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde, scritto da Robert Louis Stevenson nel 1886. L’idea dello sdoppiamento della personalità in questa antitesi bene-male era un argomento nuovo per l’epoca ed ebbe subito un grande impatto. Ripercorrendo la trama del romanzo ci imbattiamo nel Dr. Jekyll, chimico stimato e rispettato. Uomo educato, di sani principi, ci viene descritto anche fisicamente come imponente e ben fatto. Ci viene suggerita l’idea che sia perfino "troppo" rispettabile, probabilmente vorrebbe trasgredire ma non osa sfidare apertamente il giudizio delle persone rispettabili che gli stanno attorno. Affida questa sua voglia di trasgressione a teorie ed esperimenti di non comprovato valore scientifico che sconcertano i colleghi più tradizionali. Un giorno, tra gli alambicchi del suo laboratorio, il Dr. Jekyll riesce a mettere a punto una pozione straordinaria. Assumendola, la sua personalità si sdoppia e lui stesso si trasforma nel suo alter ego, il Signor Hyde. Questi è un uomo dall'aspetto sinistro, sgraziato e sgradevole sotto ogni punto di vista, crudele e privo di ogni morale. Inizialmente le intenzioni di Jackyll sarebbero di dimostrare che dissociando il bene e il male che coesistono in ogni individuo, e separando le due individualità, entrambi sarebbero finalmente liberi dalla lotta con quella parte di sé che rifiutano e potrebbero vivere come più desiderano. Con il protrarsi dell’esperimento, però, la situazione comincia a sfuggire dalle mani del dottore. Se inizialmente la trasformazione avviene sotto il suo pieno controllo, gestita con l’uso della pozione e del suo antidoto, con il passare del tempo il Signor Hyde assume sempre più una sua vita autonoma, tanto da prendere il sopravvento sulla volontà dello stesso Jekyll. Il male si insinua fino a destabilizzare la morale del dottore. Jekyll è fortemente condizionato da questa contrapposizione mentre Hyde si disinteressa di Jeckyll e vive solo per sé stesso. Quando capisce di non poterlo più gestire, il Dottor Jekyll cerca di uccidere Hyde ma non ci riesce, la tentazione di farlo rivivere è ancora troppo forte. Alla fine la situazione precipita, Hyde, ormai scoperto e con le spalle al muro, si uccide, trascinando con sé Jekyll. In conclusione, dobbiamo imparare a convivere con l’idea che una componente di male sia presente in ciascuno di noi. Il pericolo sta nella scissione dell’ombra che porta, come nel caso del libro di Stevenson, a farle vivere una vita autonoma e incontrollata. E’ utile, invece, prenderne coscienza e imparare a fronteggiare la nostra parte "cattiva" senza darci delle giustificazioni illusorie per le azioni che compiamo e senza proiettare su altri i nostri timori. Come sosteneva Jung, è necessario prendere consapevolezza della nostra ombra mettendola a confronto con la nostra parte conscia, con la nostra "etica", quella parte interna e soggettiva della coscienza che dovrà riuscire ad integrarla scendendo a patti con la parte di noi che riconosciamo e accettiamo.