Il phubbing, ovvero ignorare gli altri durante interazioni socialiper dedicarsi invece al proprio smartphone, anche se considerato un comportamento normativo, ha un impatto su qualità della comunicazione e porta a sentimenti di isolamento ed esclusione.

Quante volte ci è capitato di essere a cena fuori con gli amici o col partner e dare un occhio allo smartphone? Magari perché no, anche guardare gli ultimi post pubblicati dai nostri contatti su Facebook o Instagram, rispondere alle chat di Whatsapp, controllare la mail. E quante volte ci siamo accorti che facendolo ci siamo assentati dalla situazione e dalla conversazione, ignorando i nostri interlocutori presenti lì accanto a noi?
 E’ questo il phubbing, termine che unisce le parole “phone” e “snubbing” e che descrive l’atto di snobbare qualcuno in un ambiente sociale: viene preferito l’uso dello smartphone all’interazione sociale con la persona o le persone presenti (Karadağ et al., 2015). Il phubber è colui che snobba gli altri, mentre il phubbee è colui che ne subisce le conseguenze vedendosi ignorato. Per alcuni può essere così irritante che dal 2013 è online la campagna Stop Phubbing nata per prendere in giro i ‘maniaci del telefonino’ e non solo, infatti sul sito è possibile rispondere ad alcune domande e prendere parte a dei sondaggi oltre a poter scaricare brochure e volantini ironici sul tema. Due Autori, Chotpitayasunondh e Douglas, si sono occupati estensivamente del tema, analizzandolo sotto diverse prospettive e realizzando i primi strumenti per indagarne l’impatto: la Generic Scale of Phubbing (GSP) che esamina il phubbing su quattro fattori (nomofobia, conflitto interpersonale, autoisolamento e riconoscimento dei problemi) e la Generic Scale of Being Phubbed (GSBP) che valuta l’esperienza di essere phubbed su tre fattori (norme percepite, sentirsi ignorati e conflitto interpersonale). Ignorare gli altri ci porta nel migliore dei casi ad essere distratti ma anche a volte all’isolamento vero e proprio.
 Chotpitayasunondh e Douglas (2018) hanno investigato il tema per comprendere meglio gli effetti del phubbing sugli esiti dell’interazione sociale. La loro ricerca conferma che l’esperienza di phubbing ha un impatto negativo e abbassa il tono dell’umore riducendo la qualità della comunicazione e del rapportoperché va a intaccare gli stessi bisogni che vengono minacciati quando le persone si sentono socialmente escluse: bisogno di appartenenza, di autostima, di attribuzione di significato e controllo, portando a un vissuto di ostracismo e isolamento. Secondo gli Autori alla base del phubbing c’è la dipendenza da smartphone che a sua volta ha come fattori determinanti l’internet addiction, la cosidetta FOMO (fear of missing out, la paura e l’ansia di esser tagliati fuori, di perdersi qualcosa di interessante sui social o in generale online, accompagnata al pensiero che gli altri stiano facendo qualcosa di più interessante di quello che stiamo facendo noi) e la mancanza di autocontrollo, componente chiave nelle dipendenze. Anche secondo Karadağ e colleghi (2015), dipendenza e uso eccessivo di smartphone (incluso l’utilizzo di messaggi, social network e app di giochi) e in generale internet addiction portano al phubbing, che gli autori definiscono un vero e proprio disturbo trasversale a molte dipendenze. Siamo tutti sempre, perennemente agganciati al nostro smartphone. Fa parte della nostra vita quotidiana, un accessorio ed uno strumento di cui non possiamo più fare a meno. Se ci guardiamo intorno ad una festa o una serata tra amici non faremo fatica a scorgere ben più di una persona china sul telefono e probabilmente non ci sembrerà per nulla strano; il phubbing è quindi un comportamento che consideriamo ormai comune e abituale? Secondo Chotpitayasunondh e Douglas (2016) sono falso consenso, reciprocità e frequenza che rendono il phubbing un comportamento percepito come normativo e non dannoso. Infatti, può accadere che gli individui sovrastimino la diffusione di idee o comportamenti percependo quindi un consenso molto più ampio del reale; a questo si aggiunge che chi subisce il phubbing a sua volta lo attua passando spesso e fluidamente dall’essere protagonista all’essere destinatario di questo comportamento in un circuito che si autoalimenta: il phubber diventa phubbee e viceversa, incrementando la frequenza e la reciprocità del comportamento e ampliando l’effetto del falso consenso, in un circolo vizioso. Che sia normativo o no, l’esperienza di sentirsi invisibili ed esclusi dall’interazione sociale porta a vissuti di depressione, ansia, rabbia, solitudine determinando di fatto esclusione e impoverimento delle risorse dell’individuo; il phubbing è una nuova modalità di isolamento sociale e come tale non ne vanno trascurate le possibili conseguenze negative.