Cosa conviene indossare assieme il camice bianco quando ci si appresta ad incontrare un paziente? Presto detto: una buona dose di gentilezza e uno stile di comunicazione adeguato ai bisogni del malato, partendo dai toni fino ai gesti.

Perché le parole, si sa, possono essere macigni, ma anche scintille che accendono una reazione positiva in chi si ha di fronte, toccando le corde giuste, proprio le giuste aree del cervello. Di qualcosa che era stato finora teorizzato e verificato sul campo, oggi si ha anche la prova del nove: nella relazione di cura, parole gentili pronunciate dal medico nel modo migliore e al momento opportuno scatenano una reazione a livello neurale e favoriscono comportamenti virtuosi nel paziente, che, notorio, la malattia la vive sulla sua pelle e deve trovare le risorse per combatterla. Un team di scienziati italiani ha osservato questo effetto "in diretta", guardando cosa succede nel cervello del malato quando il medico gli parla. Quali aree si attivano, come lo fanno, con che effetto. A queste domande risponde lo studio sperimentale condotto dalla Fondazione Giancarlo Quarta Onlus in collaborazione con l'università di Udine, Clinica psichiatrica Asuiud Santa Maria della Misericordia. 
Presentata a Milano, l'indagine battezzata Fiore (Functional Imaging of Reinforcement Effects) ha esplorato diversi stili comunicativi, scoprendo che attivano differenti aree cerebrali e che anche la sfera dell'apprendimento può essere coinvolta. Gli autori della ricerca lo hanno verificato sottoponendo a scansione cerebrale 30 persone (11 maschi e 19 femmine, età tra i 19 e i 33 anni), mentre partecipavano a un test mirato. Il primo aspetto evidenziato dagli esperti è che l'insieme di gestualità e parole scelte dal medico produce effetti sul malato. E si sottolinea che «questa evidenza esperienziale, indagata dalla psicologia comportamentale, ha una sostanza neuroscientifica». Perché gli effetti cerebrali in questione sono precisi e visibili. 
Lo studio affonda le radici in un lavoro portato avanti in precedenza dalla Fondazione, impegnata da anni nell'approfondimento del tema del rapporto medico-paziente con lo scopo di alleviare la sofferenza dei malati. In particolare, la Onlus ha sperimentato in collaborazione con l'Istituto Nazionale Tumori di Milano un modello relazionale in 5 punti chiamato Ippocrates, che individua 5 aree di bisogno del malato a cui corrispondono altrettanti comportamenti e stili comunicativi in grado di soddisfarlo.
Ad esempio, la prima area è il bisogno di capire, sperimentato dal paziente quando si trova catapultato nel mondo sconosciuto di una malattia. In questo caso, secondo il modello Ippocrates i comportamenti relazionali che hanno la massima probabilità di efficacia sono di ordine razionale. Segue il bisogno di sicurezza nel futuro, che per il malato è spesso un orizzonte denso di preoccupazioni rispetto al cammino che dovrà intraprendere. A questo bisogno viene abbinato uno stile comunicativo improntato alla continuità. Ci sono poi il "bisogno di essere compresi emotivamente ed essere a proprio agio nella situazione" e il "bisogno di attenzione", elencano gli autori del modello. Entrambe sono due aree di necessità emotiva e sono quelle prese in considerazione dall'indagine Fiore. Nel primo caso viene abbinato uno stile relazionale improntato all'"influenzamento", ossia caratterizzato dall'espressione di sentimenti ed emozioni, da manifestazioni di disponibilità, flessibilità o aiuti concreti. Obiettivo: tranquillizzare, motivare e dare speranza. Per l'altro bisogno, invece, lo stile relazionale è quello improntato all'ascolto e alla valorizzazione delle specifiche istanze del paziente. E si punta a sollecitare il convincimento del paziente, la sua adesione sia razionale che emotiva. Il modello Ippocrates si completa con l'ultimo bisogno evidenziato: il decidere, che richiede uno stile relazionale definito di realizzazione e basato sull'espressione di indicazioni, suggerimenti, proposte e soluzioni.
Nella ricerca presentata hanno messo a fuoco, mediante tecniche di "neuroimaging" (risonanza magnetica funzionale), la presenza di specifiche attivazioni cerebrali correlate alle differenti modalità argomentative e comportamentali rispetto ai due specifici bisogni emotivi del paziente (comprensione emotiva e attenzione), due aspetti importanti per sentirsi riconosciuto e per superare il senso di spersonalizzazione della malattia, evidenziano gli esperti. 
Alle 30 persone arruolate per lo studio sono state mostrate una serie di vignette raffiguranti situazioni di aiuto-influenzamento e di riconoscimento-valorizzazione, ed è stato chiesto  di immedesimarsi nelle scene e di esprimere apprezzamento per comportamenti più o meno conformi ai diversi stili di comunicazione. 
Risultato: dalle scansioni è emerso che «comportamenti di valorizzazione attivano la sfera sensoriale e in particolare la corteccia visiva», mentre «comportamenti di influenzamento stimolano le regioni del cervello collegate alla teoria della mente che, tra le altre cose, si traduce nell'acquisizione di comportamenti da parte della persona».
Dunque, concludono gli autori, una buona comunicazione orientata non solo a gratificare genericamente il paziente, ma a gratificarlo con uno stimolo e un'indicazione precisa del comportamento virtuoso, favorisce la reiterazione del comportamento.